Rapporto 2011 e 1° semestre 2012 PDF Stampa E-mail

L’OPINIONE DEI NOSTRI CONSORZI:
ROMAGNA ALIMENTARE E BIOEXPORT EMILIA-ROMAGNA

Buone notizie dall’export: il 2011 ha registrato una crescita delle esportazioni pari all’ 11,4%, superiore a quella delle importazioni (+9%). Il deficit commerciale resta elevato (-24,6 miliardi di euro), ma è da sottolineare la contrazione rispetto al 2010 (-30 miliardi di euro) da attribuirsi in parte all’incremento dell’avanzo commerciale nell’interscambio di prodotti non energetici, passato da 22 miliardi di euro nel 2010 a quasi 37 miliardi nel 2011.  L’Italia, inoltre, mantiene pressoché intatta la propria quota di mercato sulle esportazioni mondiali (2,90%), registrando solo una lieve flessione rispetto all’anno precedente (2,95%).
Questi i dati ufficiali che ci fornisce Confindustria e condivisi anche da noi, raccolti pareri e statistiche direttamente dai nostri associati. Per quanto ci riguarda andiamo oltre: i primi tre paesi di destinazione del nostro export sono la Germania in testa con una quota del 13,1%, segue la Francia con l’11,6% e al terzo posto si trovano gli Stati Uniti con il 6,1%.

Parte bene anche il 2012. I dati relativi ai primi 5 mesi dell’anno – illustrati sempre da Confindustria– mostrano un incremento delle esportazioni del 3,9% rispetto allo stesso periodo del 2011. A trainare la crescita sono soprattutto i paesi extraeuropei con un +9,3%: in particolare, salgono gli Stati Uniti (+15,1%), il Giappone (+19,8%), la Russia (+8,4%) e i paesi EDA (+9,1%), ovvero le economie asiatiche in ascesa (esclusi Cina e Giappone), quali Singapore, Corea del Sud, Taiwan, Hong Kong, Malesia e Thailandia. Negativa, invece, la situazione sul mercato europeo, dove le vendite restano ferme (-0,1%) e le prospettive, ad oggi, poco incoraggianti.

Nonostante la crisi economica noi Consorzi abbiamo conservato intatto il patrimonio di piccole e medie imprese, anzi abbiamo addirittura allargato le nostri basi sociali e abbiamo offerto servizi sempre più mirati e ad hoc per prodotto, per socio. Spesso e volentieri siamo andati oltre il normale border dei nostri mansionari, offrendoci con funzioni di management per l’estero o di assistenza alle strategie di sviluppo. Laddove siamo riusciti abbiamo senza dubbio fatto da apripista: in Ukraina, Russia (dove una forte propensione alla spesa fa apprezzare il prodotto di qualità), Belgio, Irlanda, Svizzera, attualmente stiamo lavorando sull’Austria, a breve termine sarà la Svezia specie per il comparto bio.
Con riferimento ai settori, l’agroalimentare si conferma ai primi posti con gli altri settori tradizionali del made in Italy: meccanica, calzaturiero, pelletteria.

Complessivamente le nostre imprese hanno dimostrato di saper reagire ai mutamenti della domanda internazionale diversificando i mercati e i prodotti.
Stiamo avendo i primi risultati in Brasile e in Messico e teniamo sempre d’occhio gli Stati Uniti, sono mercati che hanno un bacino di utenza molto ampio e conoscono già da tempo l’agroalimentare italiano di nicchia, settore al quale noi apparteniamo per la natura e il calibro della maggioranza delle nostre imprese. Restano importanti il Nordeuropa e il mercato francese, che è in crescita insieme a quello svizzero, mentre è in calo l’area inglese sulla quale continuiamo comunque a battere anche per mezzo del Progetto Deliziando.

Ovviamente, chi è presente in più mercati soffre meno in un periodo come quello attuale. Grandi opportunità, a mio avviso, riservano in prospettiva anche i mercati dell’Estremo Oriente. All’ultima edizione del “Cibus” a Parma erano presenti molti operatori da Vietnam, Malesia e Thailandia, tutti parecchio interessati alle nostre imprese. Al momento il loro contributo in termini numerici è poco significativo, ma aiutano ad ampliare il portafoglio clienti e ad ammortizzare i cali che si registrano in altri paesi – Spagna, Portogallo e Grecia– cui si aggiungono Danimarca e Belgio.

Innovazione, qualità e servizio sono le tre cose che i clienti di tutte le nostre imprese chiedono di più. Ogni anno si aggiornano ricette, proponendo prodotti sempre nuovi. Viene curato in modo particolare il packaging, così come l’etichetta: si cerca, infatti, di accorciare il più possibile l’elenco degli ingredienti perché il consumatore di oggi è molto attento e privilegia prodotti sani, fatti con poche materie prime. Negli ultimi anni poi, c’è la tendenza a ridurre le quantità perché le famiglie sono meno numerose e si compra meno ma più spesso. Nel “fresco”, ad esempio, vanno molto le monoporzioni e la stessa cosa accade per gli olii: un tempo si acquistavano confezioni da un litro, oggi si scelgono di preferenza quelle da 500/750 ml.  La diversificazione dei prodotti quindi c’è e si accompagna ad una maggiore disponibilità ad assecondare le richieste del cliente. D’altronde questo è uno dei meccanismi più naturali per battere la concorrenza. C’è inoltre più attenzione al lavoro di squadra, sia con i clienti sia con i fornitori o con entrambi, al fine di ottenere un prodotto omogeneo. Apprezzabile anche l’interscambio fra imprese e/o la loro collaborazione per mettere a punto prodotti a marchio di altri, sempre associati.  Oggi la tendenza all’innovazione è in netta crescita e tocca l’azienda in modo trasversale, nel senso, direi, che tutte le figure professionali presenti in un’impresa- usiamo il condizionale – dovrebbero concorrere al processo di innovazione.

Personalmente credo sì che siamo di fronte ad una crisi, ma voglio personalmente essere ottimista e definirlo “un cambiamento epocale di paradigma economico”. Pensiamo ad esempio alle automobili: tanti modelli sono ormai obsoleti rispetto ai nuovi stili di vita delle persone o alla riorganizzazione in chiave sostenibile che si cerca di dare alle nostre città. Si va verso cilindrate più piccole, si sceglie il car sharing, la stessa cosa accade nell’agroalimentare, pezzature piccole, monoporzioni, fast food, piatti pronti, prodotti no cooking oppure surgelati precotti con bisogno di sola doratura finale…ma sempre grande qualità, adeguamento alle richieste di mercato e internazionalizzazione: tutto questo consentirà alle nostre imprese di tenere ‘la testa alta’ non solo sui mercati stranieri ma anche in Italia. Oggi sopravvive ‘l’azienda camaleontica’ in grado di adattarsi e non quella che registra “poco più o poco meno fatturato del concorrente”.

Grazia Ghinassi